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CIELO DI LUGLIO

CIELO DI LUGLIO

LA SICILIA 03/07/2008

Giove è di gran lunga l'astro più brillante nel cielo del mese di luglio che è appena cominciato, anche se la modesta altezza sull'orizzonte ne fa un oggetto molto appariscente soltanto per poche ore.
Il re dei pianeti si trova nella parte nordest della grande costellazione del Sagittario, e il suo splendore è inconfondibile.
Un buon binocolo basta a mostrare i quattro satelliti maggiori, che Galileo scoprì nel 1610 e dedicò ai Medici, e le grandi bande colorate che solcano in orizzontale il disco schiacciato del pianeta sono visibili col più modesto cannocchiale e un numero limitato di ingrandimenti.
Naturalmente, assai più ricca l'immagine che ne dà uno strumento medio: si vedono allora i «festoni» azzurrastri che corrono fra le bande vicine all'equatore, gli ovali che si aprono sulle grandi bande, e la celebre Macchia Rossa, scoperta da Cassini sul finire del Seicento: in realtà, più che rossa si presenta di un rosa salmone, che a volte si decolora sino al bianco.
E' un enorme uragano, tre volte più grande della Terra, che si sposta nell'emisfero sud del pianeta con una propria velocità di rotazione. In definitiva, Giove al cannocchiale è uno spettacolo sempre nuovo, che offre particolari inattesi, da cogliere «al volo», visto che questo globo enorme ruota su se stesso in poco meno di dieci ore.
Degli altri pianeti, Venere in questo mese rimane inosservabile, Marte e Saturno - molto vicini fra loro, solo 41 secondi di intervallo l'11 luglio - sono ormai molto bassi per essere osservati a ovest fra le luci del crepuscolo: formeranno un gruppo interessante la sera del 6 luglio verso le 22, prima di sparire nei bagliori vespertini, insieme con la prima falcetta di Luna e la stella Regolo.
Quanto a Mercurio, è osservabile tutta la prima settimana del mese, nelle luci dell'alba, con un cielo limpido e completamente sgombro, meglio ancora se in montagna.
Cercare a sinistra del primo bagliore solare e adoperare ingrandimenti non eccessivi una volta rintracciato il pianeta.
Resta da dire di Nettuno e Urano: il primo, con un diametro apparente sempre molto piccolo, si avvicina all'opposizione, muovendosi lentamente nel Capricorno dove va cercato verso sud-est con un buon binocolo e la cartina di reperimento; Urano, nell'Acquario segue a un paio d'ore di distanza, e bisognerà attendere il prossimo mese per ritrovarlo a una certa altezza prima che faccia giorno.
La Luna si troverà al primo quarto, che corrisponde al miglior periodo di osservabilità, il 10 luglio; il 18 sarà piena e il 25 all'ultimo quarto.
Per le costellazioni, in grande evidenza a sud nella prima parte della serata e fin oltre mezzanotte, i ricchi aggruppamenti dello Scorpione, con la rossa Antares e del Sagittario; più in alto l'Aquila con Altair, la Lira con Vega e il Cigno con Deneb formano il bellissimo triangolo d'estate, mentre più a destra spiccano Boote con la gialla Arturo ed Ercole.
A sinistra dello Scorpione, il fiume di stelle della Via Lattea, in una zona di cielo ricca di ammassi stellari e di nebule. Per un facile riconoscimento d'assieme, attendere una serata limpida e senza Luna o quasi.
Scrutator

 

 
Come strappare segreti all'universo
Come strappare segreti all'universo

Come strappare segreti all'universo   

Un supertelescopio per mille euro. Tanto, più o meno, costano i giovani fisici, neolaureati, dottorandi, ingegneri e ricercatori impegnati all'Università di Pisa nel realizzare il perfezionatissimo satellite "Glast", lancio programmato per studiare il Big Bang e dintorni, ovvero le origini del nostro Universo. Come? Intercettando i raggi gamma emessi da buchi neri, supernove e stelle di neutroni. Il satellite con le sue 18 "torri" di osservazione equivale a una macchina del tempo: l'intento è infatti di indagare le origini dell'Universo quando questo era fatto solo di spazio e materia, quando cioè non si erano formate neppure le stelle. Ne ha parlato il prof. Ronaldo Bellazzini, dall'Istituto di Fisica nucleare dell'ateneo pisano, dove c'è il quartier generale dell'operazione "Glast" e dove è stato progettato e messo assieme il cuore tecnologico della missione.
Si tratta esattamente di un tracciatore al silicio attivo, il più efficace mai realizzato, composto da lastre di tungsteno e con una superficie di 83 metri quadrati: comprende un milione di canali elettronici. Questo sistema non soltanto attiverà il complesso del telescopio, ma soprattutto riuscirà a catturare i cortissimi e penetranti raggi gamma. E' stato realizzato in una "clean room", una stanza a prova di ogni infinitesimale granello di polvere: basterebbe che ve ne penetrasse uno per mandare tutto in tilt. E' concepito per resistere all'ambiente dello spazio, dove le temperature oscillano in pochi secondi da meno 30 a più 50 gradi. Ma al di là della realizzazione tecnica d'avanguardia, è stato fondamentale l'apporto senza risparmio del giovane gruppo che lo ha realizzato, affrontando fra l'atro problemi e difficoltà mai incontrati. Su una delle "torri"del telescopio si era verificato un problema che appariva non risolvibile e che avrebbe fatto fallire l'intera operazione. Per affrontarlo, fu costituito un "Tiger team", un gruppo di venti ricercatori, per metà pisani il resto statunitensi. Il gruppo lavorò giorno e notte ma venne a capo del problema. Il tracciatore potè essere spedito alla Stanford, in tempo per la missione che, partendo da Cape Canaveral, ha come obiettivo la "mappatura" del cielo nei raggi gamma.
Altro aspetto ricco di fascino dell'impresa, che richiama gli sforzi e i successi di Galilei e di Enrico Fermi, è quello di mirare allo studio della materia oscura nell'"alone" di stelle che cinge la Via Lattea. Il tutto esce da un progetto internazionale che coinvolge Francia, Germania, Svezia e Giappone, donde l'acronimo di Glast, ma se avrà successo l'idea è di una dedica a Enrico Fermi. Il supertelescopio orbiterà a una quota media di 550 chilometri, impiegando circa 95 minuti per completare un giro attorno alla Terra. Sappiamo già che l'Universo è sede di fenomeni violenti, alcuni dei quali possono sviluppare quantità inimmaginabili di energia. Buchi neri supermassicci, resti di supernove, stelle di neutroni sono soltanto alcune delle sorgenti che generano raggi gamma, una radiazione miliardi di volte più energetica della luce visibile. Tutto ciò sarà esplorato, studiato, filmato, grazie ai ricercatori pisani, al loro impegno, alla loro abnegazione.
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Cento anni fa la cometa che incendiò la Siberia
Decreto Legislativo 30 marzo 2001, n

LA SICILIA 29 GIUGNO 2008


30 giugno 1908. Duemila chilometri della Tunguska furono devastati da una

palla di fuoco che gli studiosi interpretarono con ipotesi fantasiose. Oggi si

ritiene che fosse una massa di ghiaccio e polveri. Il fenomeno può ripetersi

Cento anni fa la cometa che incendiò la Siberia

LUIGI PRESTINENZA

Esattamente un secolo fa, il 30 giugno 1908, nelle prime ore del mattino apparve improvvisamente una palla di fuoco nel cielo della Siberia orientale: ne seguì un’esplosione apocalittica, che gettò a terra duemila chilometri quadrati di foresta, stordì o accecò i pochi pastori di renne presenti nell’area, quella della remota Tunguska pietrosa, un fiume che attraverso la «taiga» siberiana va a gettarsi nel Mar Glaciale Artico.

La palla di fuoco, proveniente da sud-est, fu vista su un’area di almeno 1500 chilometri, il rombo dell’esplosione fece il giro del pianeta, le polveri rimaste nell’atmosfera ridussero per vari giorni la luce solare.

Si è calcolato, poi, che l’esplosione, avvenuta a una quota fra i sei e gli otto chilometri, aveva raggiunto la potenza di trecento volte l’atomica di Hiroshima , abbattendo 60 milioni di alberi.

Passarono comunque degli anni, data la collocazione remota dell’evento e le difficoltà della Russia in quegli anni, prima che una spedizione scientifica dell’Accademia di Leningrado, guidata dal geologo Leonid Kulik, potesse visitare i luoghi e diffondere le prime impressionanti immagini dell’esplosione, i tronchi rovesciati a terra e allineati fra loro: non trovò invece traccia del corpo celeste che aveva procurato tutto quello sconquasso, tanto che fu avanzata l’ipotesi di un’esplosione avvenuta soltanto in quota.

Ma che cos’era il proiettile celeste dissoltosi a velocità cosmica nell’atmosfera terrestre? Probabilmente non un oggetto massiccio, più attendibilmente una palla di ghiacci e di polveri, che è poi la composizione oggi attribuita alle comete. Era dunque una piccola cometa quella che era venuta a dissolversi nei cieli siberiani, un aggregato di materiali incoerenti che si muoveva alla velocità di alcune decine di chilometri al secondo.

A terra, però, non fu trovato alcun frammento importante del corpo che si era così dissolto, non più che un po’ di polveri finirono in mano alle diverse spedizioni, compresa una italiana dell’Università di Bologna e dell’Osservatorio di Torino, avviate sul luogo della caduta. Questo fece nascere una serie di congetture più o meno fantastiche sul proiettile cosmico: si pensò persino a un’esplosione nucleare ante litteram, all’impatto di un piccolo «buco nero» o di un frammento di antimateria.

Sul posto, le diverse spedizioni incontrarono grosse difficoltà logistiche, pure quelle di data recente: il posto, a cento chilometri da Vanavara, il più vicino luogo abitato, è raggiungibile soltanto in elicottero; gelata durante il duro inverno siberiano, la tundra nella stagione calda si copre di una spessa fanghiglia entro cui stentano a muoversi persino le jeep: è risultato problematico persino installare un campo base.

I luoghi sono stati minuziosamente esaminati, prelevati campioni di sedimenti dal piccolo lago Cheko, distante pochi chilometri dal luogo dell’esplosione, effettuate diverse riprese aerofotografiche in svariate radiazioni.

I geologi dell’università di Bologna dai loro sondaggi sul fondale hanno tratto l’ipotesi che quel bacino lacustre, largo non più di trecento metri e profondo 54, sia stato scavato da un frammento staccatosi dal meteorite principale e si propongono di cercarlo: non tutti ci credono, date le dimensioni del lago e la presenza sulle rive di alberi che hanno cento anni di età. Un impatto che avesse prodotto un bacino così vasto avrebbe spazzato tutta la vegetazione della zona.

Oggi l’ipotesi più accreditata resta quella della caduta distruttiva di un corpo di bassa densità e di struttura friabile, disintegratosi, vaporizzatosi in gran parte, nell’atmosfera a una velocità fra 10 e 20 chilometri al secondo. Per nostra fortuna, non cadde su una metropoli o su una zona densamente abitata.

Può ripetersi, un fatto del genere? Sicuro, fra qualche centinaio di anni. In realtà non è possibile neppure una previsione di massima: sono almeno centomila i frammenti cosmici di un centinaio di metri che circolano attorno al nostro pianeta e potrebbero cadervi.

Così pure, con frequenza minore, corpi di dimensioni maggiori. Questi ultimi tenteranno di avvistarli i quattro telescopi a grandissimo campo progettati dall’osservatorio di Haleakala nelle Hawaii (progetto PANSTARRAS): con essi si spera di scoprire entro il 2020 il novanta per cento degli asteroidi in circolazione vicino alla Terra, di un diametro superiore ai 140 metri: puntini che si spostano velocemente sullo sfondo dei cieli.

Il pericolo sta soprattutto in questi, ma abbiamo appena visto gli effetti apocalittici di un oggetto più piccolo come doveva essere il bolide che portò il fuoco sulla Siberia.


 
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