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Decreto Legislativo 30 marzo 2001, n LA SICILIA 29 GIUGNO 2008
30 giugno 1908. Duemila chilometri della Tunguska furono devastati da una palla di fuoco che gli studiosi interpretarono con ipotesi fantasiose. Oggi si ritiene che fosse una massa di ghiaccio e polveri. Il fenomeno può ripetersi Cento anni fa la cometa che incendiò la Siberia LUIGI PRESTINENZA Esattamente un secolo fa, il 30 giugno 1908, nelle prime ore del mattino apparve improvvisamente una palla di fuoco nel cielo della Siberia orientale: ne seguì un’esplosione apocalittica, che gettò a terra duemila chilometri quadrati di foresta, stordì o accecò i pochi pastori di renne presenti nell’area, quella della remota Tunguska pietrosa, un fiume che attraverso la «taiga» siberiana va a gettarsi nel Mar Glaciale Artico. La palla di fuoco, proveniente da sud-est, fu vista su un’area di almeno 1500 chilometri, il rombo dell’esplosione fece il giro del pianeta, le polveri rimaste nell’atmosfera ridussero per vari giorni la luce solare. Si è calcolato, poi, che l’esplosione, avvenuta a una quota fra i sei e gli otto chilometri, aveva raggiunto la potenza di trecento volte l’atomica di Hiroshima , abbattendo 60 milioni di alberi. Passarono comunque degli anni, data la collocazione remota dell’evento e le difficoltà della Russia in quegli anni, prima che una spedizione scientifica dell’Accademia di Leningrado, guidata dal geologo Leonid Kulik, potesse visitare i luoghi e diffondere le prime impressionanti immagini dell’esplosione, i tronchi rovesciati a terra e allineati fra loro: non trovò invece traccia del corpo celeste che aveva procurato tutto quello sconquasso, tanto che fu avanzata l’ipotesi di un’esplosione avvenuta soltanto in quota. Ma che cos’era il proiettile celeste dissoltosi a velocità cosmica nell’atmosfera terrestre? Probabilmente non un oggetto massiccio, più attendibilmente una palla di ghiacci e di polveri, che è poi la composizione oggi attribuita alle comete. Era dunque una piccola cometa quella che era venuta a dissolversi nei cieli siberiani, un aggregato di materiali incoerenti che si muoveva alla velocità di alcune decine di chilometri al secondo. A terra, però, non fu trovato alcun frammento importante del corpo che si era così dissolto, non più che un po’ di polveri finirono in mano alle diverse spedizioni, compresa una italiana dell’Università di Bologna e dell’Osservatorio di Torino, avviate sul luogo della caduta. Questo fece nascere una serie di congetture più o meno fantastiche sul proiettile cosmico: si pensò persino a un’esplosione nucleare ante litteram, all’impatto di un piccolo «buco nero» o di un frammento di antimateria. Sul posto, le diverse spedizioni incontrarono grosse difficoltà logistiche, pure quelle di data recente: il posto, a cento chilometri da Vanavara, il più vicino luogo abitato, è raggiungibile soltanto in elicottero; gelata durante il duro inverno siberiano, la tundra nella stagione calda si copre di una spessa fanghiglia entro cui stentano a muoversi persino le jeep: è risultato problematico persino installare un campo base. I luoghi sono stati minuziosamente esaminati, prelevati campioni di sedimenti dal piccolo lago Cheko, distante pochi chilometri dal luogo dell’esplosione, effettuate diverse riprese aerofotografiche in svariate radiazioni. I geologi dell’università di Bologna dai loro sondaggi sul fondale hanno tratto l’ipotesi che quel bacino lacustre, largo non più di trecento metri e profondo 54, sia stato scavato da un frammento staccatosi dal meteorite principale e si propongono di cercarlo: non tutti ci credono, date le dimensioni del lago e la presenza sulle rive di alberi che hanno cento anni di età. Un impatto che avesse prodotto un bacino così vasto avrebbe spazzato tutta la vegetazione della zona. Oggi l’ipotesi più accreditata resta quella della caduta distruttiva di un corpo di bassa densità e di struttura friabile, disintegratosi, vaporizzatosi in gran parte, nell’atmosfera a una velocità fra 10 e 20 chilometri al secondo. Per nostra fortuna, non cadde su una metropoli o su una zona densamente abitata. Può ripetersi, un fatto del genere? Sicuro, fra qualche centinaio di anni. In realtà non è possibile neppure una previsione di massima: sono almeno centomila i frammenti cosmici di un centinaio di metri che circolano attorno al nostro pianeta e potrebbero cadervi. Così pure, con frequenza minore, corpi di dimensioni maggiori. Questi ultimi tenteranno di avvistarli i quattro telescopi a grandissimo campo progettati dall’osservatorio di Haleakala nelle Hawaii (progetto PANSTARRAS): con essi si spera di scoprire entro il 2020 il novanta per cento degli asteroidi in circolazione vicino alla Terra, di un diametro superiore ai 140 metri: puntini che si spostano velocemente sullo sfondo dei cieli. Il pericolo sta soprattutto in questi, ma abbiamo appena visto gli effetti apocalittici di un oggetto più piccolo come doveva essere il bolide che portò il fuoco sulla Siberia. |