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Il cielo di giugno fa rima con Giove |
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Wednesday, 03 June 2009 |
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LA SICILIA 01 GIUGNO 2009 Il cielo di giugno fa rima con Giove Giugno, il mese del solstizio d’estate, offre le giornate più lunghe dell’anno: per conseguenza le notti sono molto brevi. Questo svantaggio è largamente compensato dal bel tempo abituale in questo mese ormai estivo. I pianeti del mese sono decisamente Giove e, ancora per un po’, Saturno. Quest’ultimo tramonta circa a mezzanotte, si può seguirlo quindi nelle prime ore della notte, prima che si abbassi troppo sull’orizzonte. Si mostrerà vicino alla Luna la sera del 28, con la piccola falce lunare sette gradi a sud del pianeta che peraltro, ricordiamolo, richiede un discreto telescopio per essere ammirato in tutta la sua bellezza, cinto dal triplice anello e attorniato dalla giostra dei suoi numerosi satelliti (il più grande è Titano, di ottava grandezza circa). Si può trovarlo facilmente sotto le stelle del Leone, maestosa costellazione che abbassandosi a ponente. Il piccolo Mercurio si può osservare la mattina del 12 fra le luci dell’alba, circa otto gradi a sud del ben noto ammasso delle Pleiadi. Il periodo di migliore osservabilità va dal 10 giugno alla fine del mese. Marte e Venere formano una splendida coppia, vicino alla costellazione dell’Ariete: e il pianeta di Ares va riducendo lentamente la distanza dalla Terra. Ancora è molto lontano, bisognerà aspettare il gennaio-febbraio 2010 per coglierlo in opposizione afelica, non molto favorevole. Quanto a Venere, raggiunge la massima elongazione occidentale il giorno 5, il suo aspetto è quello di una mezzaluna. Precede il Sole nel sorgere, e può essere ammirata nel cielo del mattino. Per i pianeti più remoti, Nettuno segue da vicino Giove e si avvicina all’opposizione; Urano sarà in congiunzione con la Luna al’alba del 16, e basta un modesto binocolo per identificarlo Giove va presentandosi sempre meglio. Sorge circa alle 22, e la sua declinazione continua ad essere australe, sicchè il maestoso pianeta resta piuttosto basso sull’orizzonte. Come è noto, un piccolo binocolo mostra già i quattro satelliti più grandi, scoperti nel gennaio 1610 dal grande Galileo col suo primo telescopio. Quanto al disco del pianeta, è molto interessante al telescopio, con le sue grandi bande alternativamente chiare e scure e i frequenti passaggi dei satelliti sul disco del pianeta, su cui si proiettano col loro piccolo disco e la loro ombra nerissima. Non dimenticare di cogliere la Macchia Rossa, aderente alla grande banda sudequatoriale, nei suoi transiti al meridiano. I satelliti gioviani, come è noto, si sono rivelati di straordinario interesse quando sono stati ripresi da vicino dalle sonde: Io, sconvolto da eruzioni vulcaniche e da« fontane di gas, Europa coperta di ghiacci sotto cui dovrebbve esserci un oceano di acqua liquida, Ganimede il più grande di tutti, Callisto che gli cede di poco in dimensioni, con i loro paesaggi montagnosi. La bellissima Venere è nel cielo del mattino, precedendo di alcune ore il sorgere del Sole: al telescopio va perdendo dimensione, e il suo aspetto è quello di una candida mezzaluna. Per i pianeti nani, secondo la più recente classificazione IAU, Cerere si trova vicino alla schiena del Leone, Plutone è in opposizione, osservabile tutta notte nello Scorpione, che sarà poi la costellazione meglio visibile, con la sua rossa Antares.
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Sfiorati da un asteroide. E’ andata bene |
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Thursday, 14 May 2009 |
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LA SICILIA 11 maggio 2009 Sfiorati da un asteroide. E’ andata bene Nello scorso marzo, il giorno 2 alle 14,40 la Terra è stata sfiorata da un piccolo asteroide (40 metri di diametro) che per poco non ha rinnovato i danni causati dalla famosa meteorite che il 30 giugno 1908, prendendo tutti di sorpresa, distrusse duemila e cinquecento chilometri quadrati di foresta nella Siberia nordorientale e prese nome dal fiume Tunguska. Questa volta il mini asteroide, denominato 2009 DD45, scoperto il 27 febbraio di quest’anno dall’osservatorio australiano di Siding Spring, è passato a 72 mila chilometri dal nostro pianeta: ossia appena il doppio della distanza in cui orbitano i satelliti geostazionari e il venti per cento di quella Terra-Luna. Erano cinque anni che nessun oggetto celeste di queste dimensioni si avvicinava così pericolosamente al nostro pianeta. Quello del Tunguska doveva misurare circa 30 metri di diametro, per come s’è calcolato, e se fosse caduto su Londra o San Pietroburgo, che si trovavano sulla traiettoria, invece che in una regione quasi disabitata, avrebbe provocato milioni di morti. Un altro asteroide dello stesso genere aveva scavato la profonda buca del famoso Meteor Crater, rinvenuto nell’Arizona e largo più di un chilometro. L’asteroide 2009 DD45 non è stato facile da seguire, per via del tempo nuvoloso: quando s’è reso visibile dal sito italo-australiano Skylive, era così veloce che rimaneva nel campo dello strumento solo per pochi secondi. Con le apparecchiature moderne molti piccoli asteroidi che transitano sullo sfondo del cielo stellato vengono immediatamente segnalati e, dopo una serie ridotta di informazioni, è possibile calcolarne l’orbita con una precisione tale da stabilirne l’eventuale pericolosità Ma cosa si sarebbe potuto fare per evitare l’eventuale impatto, dal potere distruttivo pari a mille bombe atomiche? Con i mezzi attuali poco o nulla. La continua osservazione di questi oggetti ci ha fatto capire che la Terra è un bersaglio non facile ma le cadute sono ugualmente possibili. Un oggetto di un paio di metri di diametro è caduto nello scorso ottobre in Tanzania, il 20 novembre 2008 è stata fotografata un’altra caduta in Canada, un terzo di pochi metri è stato ritrovato il 16 settembre 2007 in una discarica nel Perù. Quello del 31 marzo 2004 era passato ad appena 6500 chilometri dalla Terra. Sappiamo già che nel 2029 un oggetto grosso come mezzo campo di calcio passerà appena 10.000 chilometri sopra la nostra atmosfera: le capacità distruttive di questo asteroide sono catastrofiche, potrebbe annientare uno stato come l’Austria. C’è da sperare nella fortuna, ma nel frattempo non sarebbe male potenziare le stazioni di osservazione sulla Terra e nello spazio per poter fronteggiare per tempo eventi che comunque dobbiamo aspettarci: preparando una massiccia evacuazione delle popolazioni, chiudendo le opere d’arte più preziose dentro adeguate protezioni e adottando in tempo altre misure di assoluta emergenza. Comunque un evento del genere sconvolgerebbe tutta la vita sul nostro pianeta, creando grosse difficoltà alle comunicazioni, dando luogo a terremoti di notevole intensità in tutta l’area circostante il punto di caduta e sollevando una nube di polveri tale da oscurare il Sole per parecchi giorni. Una catastrofe, sia pure non completamente annientatrice.
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Megacatastrofe 12 mld di anni-luce fa |
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Friday, 29 May 2009 |
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LA SICILIA 25 MAGGIO 2009 Megacatastrofe 12 mld di anni-luce fa Osservare una gigantesca catastrofe cosmica, avvenuta 12 miliardi di anni fa è l’ultima prodezza del satellite "Fermi" della Nasa, che l’ha colta e l’ha fotografata. Il satellite l’ha vista e ripresa soltanto ora perché tanto ha impiegato il raggio scaturito da una galassia distante appunto 12 miliardi di anniluce. E’ stata la più grande e violenta fin qui registrata. Il lampo, conosciuto con la denominazione GRB 08016c è stato raccolto il 16 settembre scorso e nel giro di due settimane la scoperta era chiara e definita, come ha fatto rilevare Patrizia Caraveo, responsabile dell’esperimento per l’Inaf: ma perché fosse pubblicata si è dovuto attendere dal momento che erano 200 gli astrofisica coinvolti nella ricerca. La cronaca della catastrofe parte dal lampo di radiazione gamma. Per un paio di minuti il lampo è stato più luminoso non solo di qualunque altra sorgente ma anche dello stesso Universo nella banda dei raggi gamma, secondo Roberto Bellazzini, altro responsabile dell’esperimento per l’Infn, l’Istituto nazionale di fisica nucleare. Nasceva da un getto di materia altamente ionizzato che si è propagato nel cosmo a una velocità prossima a quella della luce, paragonabile a quanto si otterrà nel nuovo acceleratore Lhc di Ginevra. La catastrofe è stata registrata da due strumenti: il Gmb, Gamma Rays Burst Monitor e il Lat, Large Area Telescope, italiano. Il primo ha raccolto i fotoni di radiazione X, l’altro quelli di radiazione gamma. Ma tra i due c’è stato un ritardo di cinque secondi, un tempo significativo per descrivere i processi riguardanti la morte di una stella. Il fiume delle radiazioni è scaturito infatti dalla distruzione di un astro la cui massa calcolata era di cinque volte quella del Sole. Proprio dal violento collasso è zampillata l’energia, mentre la stella si trasformava in un buco nero. Ora gli astrofisici dovranno decifrare nei dettagli il significato di quei cinque secondi e quando ci saranno riusciti avranno conquistato un altro tassello nella storia della vita di un astro. Importante in questi casi è intervenire anche con i telescopi da terra per cogliere nella radiazione luminosa ulteriori elementi. A tal fine sono attive 24 ore su 24 squadre di ricercatori internazionali, secondo Paolo Giommi, dello Science Data Center dell’Asi, l’agenzia spaziale italiana che ha coordinato la partecipazione al progetto del satellite Fermi della Nasa mentre lo strumento Lat è nato dal coinvolgimento dell’Infn e dell’Inaf. I lampi gamma erano stati scoperti per caso dai satelliti militari americani Vela nella seconda metà degli anni Sessanta, mandati in orbita per controllare le eventuali esplosioni atomiche dei sovietici. Dopo un riserbo iniziale, nel 1973 è cominciata la corsa a spiegarne l’origine. Il problema non era da poco perché questi Gamma Ray Burst sono i più violenti che gli spazi offrano: nel giro di pochi secondi liberano tanta energia quanto il Sole nell’arco della sua intera esistenza. Soltanto alla metà degli anni Novanta il satellite italiano Beppo Sax dell’Asi fornì il primo indizio importante per arrivare alla spiegazione del fenomeno. E le ricerche continuano, sia negli Usa che in Italia: una partita a due che promette grandi risultati.
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